Il silene — Silene vulgaris, chiamato sciopetìn o sclopit in Veneto e Friuli, stridolo in Toscana, bubbolini in altre zone — è una di quelle piante che chi abita in campagna conosce bene e chi abita in città non ha mai incontrato. Cresce nei prati, ai bordi dei campi, con le sue foglie glauco-verde e i fiori bianchi rigonfi come piccole lanterne. I pastori sapevano dove trovarlo. Le nonne sapevano cosa farne. Nel mezzo — nell’arco di due o tre generazioni di disaffezione dal selvatico — questa conoscenza si è assottigliata fino quasi a sparire.
Lo sciopetìn ha un sapore che sorprende chi se lo aspetta amaro come il tarassaco: è delicato, leggermente erbaceo, con una rotondità quasi burrosa che lo rende adatto alla cottura meglio di molte erbe spontanee. Non ha bisogno di essere domato. Si comporta bene nel calore — non annerisce, non perde struttura, mantiene il colore verde brillante — e per questo si presta naturalmente alla frittata, che è la forma più antica e intelligente di valorizzare un’erba che non ha pretese estetiche ma ha una sostanza propria.
La frittata di sciopetìn è un piatto contadino nordestino con una storia precisa. Non è una ricetta inventata — è una tradizione tramandata in forma orale che rischia di sparire semplicemente perché le persone che la sapevano fare sono sempre meno e quelle che potrebbero impararla non sanno dove cercare. Metterla su un ricettario contemporaneo non è nostalgia: è conservazione attiva.
Le erbe aggiunte — erba cipollina, timo, qualche foglia di menta — non sono obbligatorie ma ampliano il profilo aromatico e ricordano che lo sgrizol si trova in compagnia, nei prati, insieme a molti altri selvatici. La frittata può essere servita calda, tiepida o fredda: cambia carattere a ogni temperatura. Calda è morbida e avvolgente. Fredda, il giorno dopo, diventa compatta e più intensa. Entrambe le versioni sono corrette.